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Usus servitutis e tutela interdittale

Autori Basile Raffaele
— CEDAM — Anno 2012

È questa la prima monografia, in realtà opera già matura, di un valente studioso di scuola napoletana, la quale si pone come principale obiettivo l’individuazione del motivo per cui soltanto l’esercizio di poche servitù avesse tutela interdittale. La ricerca fornisce l’occasione per approfondire vari importanti aspetti relativi al regime delle servitù e all’origine del possesso.
Tra i vari interdetti considerati nei titoli 19-23 del libro 43 del Digesto, l’autore ritiene concernenti la tutela privatistica dell’usus servitutis soltanto quelli de itinere actuque privato, de aqua cottidiana, de aqua aestiva e de fonte, mentre gli altri sono per lui caratterizzati da una palese impronta pubblicistica (come il de castello e il de cloacis) ovvero diretti a inibire condotte ostative all’attività di manutenzione del locus oggetto di usus (è il caso del de itinere actuque reficiendo, del de rivis e del de fonte reficiendo). Non stupisce, a detta di Basile, l’assenza di una tutela interdittale per gli iura praediorum urbanorum, a motivo della portata negativa caratterizzante la loro quasi totalità e la conseguente incompatibilità strutturale con le logiche sottese all’esercizio del possesso. Sul punto, l’indagine si estende sino all’esperienza giuridica attuale, offrendo interessanti osservazioni critiche in merito alla tutelabilità in via possessoria delle servitù negative alla luce delle più recenti opinioni dottrinali e giurisprudenziali.
Constatati gli importanti punti di contatto tra le formule degli interdetti a tutela delle servitù e l’uti possidetis – con l’unica peculiarità che negli interdetti de itinere actuque privato e de aqua cottidiana sembra comparisse un espresso riferimento al requisito psicologico dell’impetrante, requisito che doveva essere richiesto solo tacitamente nell’uti possidetis –, l’autore suppone come probabile la derivazione dei primi dal secondo. Ipotizzando che la tutela per l’esercizio delle servitù sia stata apprestata quando le situazioni protette rappresentavano ancora una proiezione fattuale dell’appartenenza, è da capire perché non si seguissero i canoni della protezione possessoria pura e semplice; d’altro lato, immaginando invece che la tutela sia stata introdotta in un’epoca più tarda, ancora più difficile è spiegare perché fossero concessi strumenti di tutela possessoria per situazioni soggettive divenute ormai di natura incorporale.
L’autore passa dunque a un’accurata esegesi delle più antiche fonti letterarie e giuridiche in materia di possesso, allo scopo di individuarne la primitiva concezione: ne ricava l’idea per cui, da un originario uso del verbo possidere non necessariamente legato a parametri fisici, si sarebbe giunti, intorno alla metà del II secolo a.C., alla creazione di un concetto tecnico circoscritto agli aspetti esclusivamente materialistici, distante dunque dall’antico usus – archetipo sia del possesso che dell’usucapione –, il quale senza dubbio riguardava anche l’esercizio di situazioni giuridiche immateriali, come per esempio uno status.
Accogliendo poi la communis opinio secondo la quale anche l’idea di servitù come entità incorporale si sarebbe sviluppata nel corso del II secolo a.C., Basile arriva in modo quasi obbligato alla soluzione del nodo problematico di partenza: gli interdetti de servitutibus sarebbero stati così pochi in quanto essi furono concessi solo a tutela delle servitù più antiche (actus, iter, forse via, aquae hastus e pecoris ad aquam adpulsus) in un momento ‘di passaggio’ in cui non si era ancora formato il concetto tecnico e corporale di possessio e, d’altra parte, non era ancora maturata l’idea di servitù come ius praedii trascendente il dato materiale.

 
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