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L'assistenza all'infanzia abbandonata

I projetti nel regno delle due Sicilie. ( Secoli XVIII e XIX)

Autori Anna Citarella
— CEDAM — Anno 2017
Nel XIX secolo l’abbandono dei neonati, non solo illegittimi, era ampiamente diffuso e socialmente accettato in tutta l’Europa. Nel Regno di Napoli, durante il primo periodo borbonico, l’assistenza all’infanzia abbandonata, nonostante le spinte laiciste di Carlo, era ancora affidata alla Chiesa.
Nel primo decennio dell’Ottocento il governo francese si mostrò più attento alla tutela dei disagiati e, in particolare, dei projetti. La normativa che regolava la loro accoglienza subì modifiche radicali. Invece di un’assistenza precaria, affidata principalmente alle opere caritative e religiose, si cercò di organizzare un sistema provinciale fortemente centralizzato.
Il programma di assistenza fu confermato e ulteriormente rafforzato durante la restaurazione borbonica. I nuovi regolamenti, tanto accurati nel descrivere i bisogni dei projetti, risultarono ambigui nell’indicare i mezzi e le misure per soddisfarli.
Accanto alla continua emergenza finanziaria l’altro grande problema era costituito dalla distribuzione degli ospizi e delle risorse sul territorio nazionale, che determinò lo sviluppo di alcuni centri di eccellenza, in particolare gli orfanotrofi di Giovinazzo e di San Ferdinando in Salerno, che escluse, però, alcune aree più povere del Regno come la Basilicata e la Terra d’Otranto.
Se è vero che i benefici accordati dal governo al ramo assistenziale si tradussero nel primo quarto del XIX secolo in una marcata riduzione dei tassi di mortalità all’interno dei brefotrofi del regno, è anche vero che le idee innovative, che ispirarono le riforme dei primi decenni del secolo, furono sacrificate alle ineludibili ragioni della finanza pubblica. A subirne le conseguenze furono i bambini e specialmente le bambine abbandonate.
 
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