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Utilitas publica - Tomo I: Emersione nel pensiero greco e romano

Autori Scevola Roberto
— CEDAM — Anno 2012

Nella corposa ed assai pregevole ricerca qui presentata, che si articola in due distinti volumi, Roberto Scevola indaga le radici dell’espressione latina utilitas publica, proponendo un’accurata ed originale disamina di testi giuridici, filosofici e letterari, dai poemi omerici alle opere della giurisprudenza severiana, queste ultime costituenti il punto di approdo nell’elaborazione concettuale prospettata.
Il primo tomo, dedicato all’emersione del concetto nel pensiero greco e romano, si apre con la considerazione dei brani iliadici, nei quali l’autore individua indizi idonei a delineare una primordiale impostazione del rapporto esistente tra l’idea di ‘giusto’ e quella di ‘utile’ nella sfera pubblica, unitamente alla consapevolezza secondo cui la violazione dei principi themici ed il perseguimento egoistico del vantaggio personale del basileÚj avrebbero recato detrimento all’intera collettività. Nell’Odissea, il legame si fa più intenso e, sulla scorta della progressiva stabilizzazione dell’idea di dikh e della formulazione di valori sociali collaborativi, l’utilità comune viene interpretata come benessere diffuso e ricompensa per la giustizia. In linea con la posizione omerica appare il contributo argomentativo recato da Esiodo il quale, tuttavia, allude all’imparzialità come precetto vivificatore di giustizia e ravvisa nel nÒmoj la parte di perfezione divina distribuita ‘per assegnazione’ agli uomini. L’importanza di tali riflessioni si sarebbe inverata nel sostrato ideologico delle posteriori riforme soloniche, evocanti l’eÙnom…a, intesa come ordine e appropriatezza necessari per attuare un equilibrato contemperamento di interessi, recante la minore modificazione possibile dei precedenti rapporti di forza.
Nel mutato panorama della pÒlij ateniese, il discorso pubblico vertente su utilità e giustizia appare fortemente condizionato dall’affermazione graduale dei nÒmoi: le controverse implicazioni di tale fase storica – inaugurata dalla formazione della lega delio-attica e sfociata nel consolidamento della democrazia radicale ateniese – emergono nitidamente nell’opera dei tragediografi, benché il momento speculativo di svolta sia individuato nell’enucleazione sofista del concetto di utilità, ricostruibile nella Repubblica platonica attraverso le parole di Trasimaco, secondo cui il giusto coinciderebbe con l’utile del più forte, e trasposto nei rapporti internazionali da Tucidide. Quest’ultimo, pur applicando rigorosamente la logica della potenza nel ‘dialogo dei Melii’, lascia intravvedere la propria concezione, volta ad individuare una sfera di interessi comune a tutti i cittadini ed implicante, nell’ordinamento interno, l’abbandono del ruolo ancillare attribuito al giusto rispetto all’utile.
La destrutturazione socratica delle posizioni ‘realiste’, condotta sul versante metodologico, appresta l’orizzonte di pensiero ascrivibile a Platone, fautore della marginalità delle leggi nello stato ideale, ovvero costruito per la realizzazione del bene comune: al contrario, l’analisi aristotelica prenderebbe le mosse dagli assetti costituzionali esistenti e farebbe dipendere il funzionamento corretto degli stessi dalla sovranità impersonale dei nÒmoi, nonché dall’intreccio di interessi particolari e generali proprio di ciascuna forma di governo. Infine, se nella riflessione dei filosofi postalessandrini (epicurei e stoici) l’analisi richiama schemi riconducibili ad una mistione delle precedenti meditazioni, accomunate tuttavia dal distaccato atteggiamento verso la politica, è nei cd. scritti pitagorici che l’idea del monarca assoluto come ‘legge vivente’ raggiunge il suo acme.
La riflessione romana in materia di publica utilitas viene delineata dall’autore come rivisitazione, ragionata e pragmaticamente adeguata alle specifiche esigenze giuridiche e politiche insorte nella fase finale dell’espansione, di precedenti speculazioni greche, con particolare attenzione ai contributi di Polibio e Cicerone, individuandosi soprattutto nelle opere di quest’ultimo il momento ordinatore della tradizione ellenica, così come trasmessa a Roma. All’opera dell’Arpinate viene riconosciuta una sostanziale coerenza e compattezza, concorrendo giustizia e utilità al conseguimento del bene comune, nel rispetto delle più alte virtù integranti l’honestum: di ciò costituiscono testimonianze gli impieghi ricorrenti di utilitas communis ed utilitas rei publicae, locuzioni di significato contiguo ma non coincidente, la cui alternativa ‘popolare’ trova riscontro nell’idea sallustiana di bonum publicum. Nel catalogo presentato in materia dall’Arpinate fa ora capolino l’utilitas publica, alla quale nella tarda Repubblica e durante buona parte del Principato si riconosce un rilievo marginale e privo di autonome connotazioni.

 
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