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Utilitas publica - Tomo II: Elaborazione della giurisprudenza severiana

Autori Scevola Roberto
— CEDAM — Anno 2012

Alla possibile ridefinizione in termini autonomi e peculiari dell’utilitas publica da parte della giurisprudenza severiana è riservato il secondo volume, nel quale l’autore propone approfondite e persuasive esegesi dei passi del Digesto in cui compare l’espressione in parola, organizzati secondo una scansione tematica strutturata in quattro capitoli.
Nel primo di essi sono affrontati problemi inerenti agli status personarum, così come desumibili da tre testimonianze, due delle quali tratte dal commentario ulpianeo ad Sabinum ed una attribuita a Trifonino: secondo Ulpiano, in particolare, la publica utilitas si connoterebbe immediatamente come espediente di natura processuale in grado di far prevalere principi di ordine pubblico (si pensi al favor pupilli), assumendo una duplice connotazione. Infatti, se da un lato essa costituisce la ratio cui sarebbe ispirato il superamento degli angusti confini civilistici al fine di valorizzare personalità e libertà, dall’altro giustificherebbe l’operatività di strumenti processuali intesi a derogare all’ordinaria incapacità dello schiavo, il quale risulta autorizzato ad agire per l’esecuzione di un fedecommesso di libertà. In altra occasione l’espressione è invocata per comporre il conflitto potenzialmente verificabile tra norme eterogenee operanti nel medesimo ordinamento, specificamente in materia di tutela pupillare: l’espediente è attivato dal giurista, che scioglie la contraddizione sostituendosi (già in sede giurisdizionale) all’intervento moderatore del princeps. Ragioni differenti sembrano invece sottostare alle decisioni severiane, laddove il superiore interesse pubblico rappresentato dal favor nuptiarum, ossia il favore verso il matrimonio come supporto ineludibile dell’ordine sociale, fonda – in nome della necessitas e dell’eccezionalità della situazione in cui verserebbe il captivus – la deroga al regime civilistico del consenso dei nubenti e si contrappone ad una nubentium utilitas coincidente con l’interesse squisitamente privato dei due coniugi.
Nel capitolo secondo l’attenzione si sposta agli strumenti interdittali posti a protezione di beni pubblici fruibili dai privati, in riferimento ai quali l’autore scorge nel richiamo alla publica utilitas – per lo meno nell’impiego fattone in numerosi passaggi da Ulpiano – il ponte tra le due categorie di interessi (privati e pubblici) dovendosi assicurare tutela, nelle fattispecie esaminate, talora al cd. ‘ordine pubblico economico’, talaltra alla salubritas, interesse diffuso alla salute e all’igiene pubblica. Quale terzo contesto tematico si individuano poi forme parassociative di organizzazione sviluppatesi in settori ‘sensibili’, che in età severiana si collocano in un generale processo di amministrativizzazione dei cd. corpi intermedi, ottenuta attraverso l’interlocuzione diretta da parte dell’imperatore con collegia e corpora. L’assoggettamento ad un regime peculiare viene giustificato sulla base della necessitas, nella misura in cui il ruolo svolto dai collegia soddisfaceva prioritarie esigenze imperiali e legittimava la concessione di immunità e privilegi; per quanto nello specifico attiene agli argentarii, categoria ormai indispensabile per la gestione di servizi essenziali al funzionamento della società, ad essere introdotto è un meccanismo di esecuzione patrimoniale derogatorio rispetto a quello comune.
Pervenendo all’ultimo ambito argomentativo trattato, si coglie nelle deroghe processuali relative alla repressione degli illeciti il segnale del conflitto tra interesse pubblico ed interesse privato, superato attraverso il ricorso al sistema premiale, all’adozione legittima di una forma procedimentale non corrispondente alla natura del potere con essa fatto valere e all’ampliamento della legittimazione attiva. In queste esemplificazioni la publica utilitas è invocata come ratio decidendi di soluzioni interpretative tecnicamente peculiari ed è in un simile utilizzo che l’autore, in chiusura, invita convincentemente a cogliere la rilevanza ‘creatrice’ dell’elaborazione severiana – ma soprattutto ulpianea – in materia. Essa avrebbe avuto ad oggetto il tentativo estremo, compiuto dai giuristi, di temperare le tendenze autoritarie della dinastia al potere integrando, proprio attraverso il ricorso all’utilitas non più della res publica, ma appunto publica, cioè vantaggiosa per tutte le parti in gioco, i due elementi costitutivi della compagine statale, il princeps ed i cittadini, questi ultimi essendo avviati ormai ad assumere il ruolo di sudditi in una realtà istituzionale entro cui, trascorsi pochi decenni, la distanza tra governanti e governati sarebbe divenuta incolmabile.

 
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