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Il doppio fardello

Narrazioni di solitudine e malattina di persone detenute

Autori Esposito Maurizio
— CEDAM — Anno 2016

Il testo affronta con approccio sociologico il delicato problema della salute dei detenuti nelle carceri italiane, rappresentando di fatto un atto di accusa esplicito verso il sistema penitenziario così com’è oggi nel nostro Paese.
Dopo aver introdotto le tematiche delle disuguaglianze sociali di salute, e dopo aver inquadrato il diritto alla salute anche da un punto di vista giuridico, vengono presentati i risultati di una ricerca qualitativa condotta nelle carceri di tre regioni italiane (Campania, Lazio, Emilia Romagna) su un significativo campione di detenuti affetti da malattie croniche. Il “doppio fardello” si riferisce alle persone detenute che si trovano a vivere una condizione esistenziale che limita non solo in modo claustrofobico la propria libertà, ma che è anche il portato esiziale di malattie croniche che ne inficiano le relazioni e le prospettive future, fino a denotare loro come “detenuti-nessuno”, un pezzo di popolazione per cui il carcere funge da mero “aspiratore sociale”, sovente senza via di fuga e senza prospettive reali.
Il libro, che ha l’ambizione della “inattualità”, nel senso in cui viene intesa da Thomas Mann, ovvero come tentativo di essere svincolato dalle contingenze e dalle considerazioni legate alla retorica giornalistica ed evenemenziale dell’attualità, si costruisce sulle voci narranti delle persone detenute. Esso si muove sull’analisi delle loro narrazioni di solitudine, in riferimento a tre pattern analitici: quello esperienziale, quello temporale e quello relativo ai rapporti con gli altri detenuti e con le figure istituzionali interne al carcere. Si discutono inoltre le narrazioni di malattia degli intervistati, le percezioni del loro vissuto, i pregiudizi e le stigmatizzazioni e il rapporto con il personale sanitario, in connessione con le tematiche del benessere individuale e organizzativo. Infine, si considera l’approfondimento di case studies relativi alle donne detenute, all’esperienza della malattia e soprattutto alla loro percezione di maternità negata.
La sociologia, in questo ambito di studi, può rivestire un’importanza paradigmatica: nel suo essere disciplina, essa deve abbandonare i suoi “fantasmi oggettivistici e nomologici”, e guardare invece dentro le vite delle persone. Le narrazioni di vita - o di solitudine e di malattia, come nel nostro contesto - lungi dall’essere appassionate descrizioni formali ed estetiche, raccontano la storia sociale in cui esse si svolgono, diventando materiale proficuo per una visione applicativa della disciplina, per una sociologia che debba e possa servire a tracciare le mappe per un reale e costante cambiamento della società.

 
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