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Dissenso e dialogo nella giustizia costituzionale

Autori Ferioli Elena
— CEDAM — Anno 2018
Anche i giudici costituzionali nordamericani sanno che «if you want to make sure you’re read, you do it together and you do it short».
Eppure la loro storia insegna che la traduzione di certi conflitti politici in conflitti giuridici è facilitata dall’uso di un motivato dissenso, così come possono esserlo la pubblica comprensione e accettazione della soluzione adottata dalle corti. Questo studio nasce dall’intento di ripensare il tradizionale canone della contrapposizione fra il consensualismo praticato nelle corti che si attengono alla segretezza e l’individualismo di quelle che, invece, lasciano spazio alla singolarità interpretativa dei propri membri. Infatti, l’analisi comparativa offre un panorama più complesso, nell’ambito del quale si sono verificate numerose convergenze. Da un lato, i sistemi anglosassoni hanno ridimensionato la natura individuale del dissenso per valorizzarne la portata propriamente istituzionale; tale svolta è testimoniata dalla frequenza di decisioni unanimi e/o anonime, dal collaudo di pratiche istruttorie propizie a una sostanziale verifica collegiale delle possibili opzioni interpretative, dalla neutralizzazione stilistica delle opinioni separate e dalla tendenza a incoraggiarne la polarità a discapito della frammentazione dell’atavica pronuncia seriale. Dall’altro lato, le corti di stampo kelseniano hanno rinunciato all’equivalenza tra univocità dimostrativa e autorevolezza del giudicato accogliendo, nei limiti di precise cautele procedimentali, la prospettiva di formalizzare l’eventuale disarmonia sul dispositivo mediante una motivazione dialettica e confutatoria.
 
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